Il referendum costituzionale sulla Riforma Nordio si è concluso con la vittoria del No, che ha raggiunto il 53,2% dei voti , con un’affluenza del 58,93%, tra le più alte mai registrate per un referendum costituzionale . Un risultato netto, che però invita a una riflessione che va ben oltre il merito tecnico della separazione delle carriere.
Il tema della riforma è complesso, legittimo nel dibattito, e sostenuto da argomenti seri su entrambi i fronti. Ma quello che si è visto nelle settimane di campagna referendaria, e nel modo in cui molti italiani hanno vissuto il voto, ha poco a che fare con la giustizia. Ha a che fare con qualcosa di più profondo: la sfiducia, la contrapposizione, il voto “contro” come unica forma di partecipazione rimasta.
Il governo ha cercato di sminuire la portata del risultato, ripetendo in tutti i modi possibili che «non è un risultato dal significato politico» . Ma è difficile sostenere questa tesi. Quando un paese vota con partecipazione così alta su una riforma costituzionale, il messaggio non è mai solo tecnico. È un termometro della fiducia o della sua assenza.


Da anni assistiamo a una trasformazione profonda del discorso pubblico italiano. La politica non è più il luogo dove forze diverse si confrontano per trovare soluzioni ai problemi del paese. È diventata un eterno campo di battaglia, dove l’avversario non è qualcuno con cui si discute, ma qualcuno da sconfiggere, umiliare, demolire.
Non è un fenomeno recente e non appartiene a una sola parte. Bossi costruì un’identità politica sul rancore geografico, il “Roma ladrona” come combustibile di massa. Berlusconi normalizzò l’epiteto “i soliti comunisti” come risposta a qualsiasi critica, trasformando l’insulto in strategia comunicativa. Renzi arrivò promettendo di “rottamare” la vecchia politica, ma il linguaggio della demolizione finì per avvelenare anche la sua stagione. I Cinque Stelle irruppero sulla scena con il Vaffanculo Day: una festa della rabbia collettiva, trasformata in fondamento di un movimento di governo.
Ognuno di questi passaggi ha alzato il livello di acidità del dibattito pubblico. Ogni stagione ha lasciato in eredità un paese un po’ più diviso, un po’ meno capace di ascoltarsi.

Il problema non è morale: non si tratta di essere “più gentili”. Il problema è pratico, e riguarda le conseguenze di questa deriva.
Quando la politica è permanentemente in modalità “scontro”, le riforme vere diventano impossibili. Qualsiasi proposta, anche quella più ragionevole, viene immediatamente colorata dai colori di chi la propone. Il merito scompare. Rimane solo la trincea.
Il cittadino, in questo schema, non è più chiamato a ragionare su un problema e su una soluzione. È chiamato a scegliere una squadra. E quando si sceglie una squadra, si vota per arginare l’altra, non per costruire qualcosa. È esattamente quello che è successo ieri: in tanti hanno votato No non perché convinti che la separazione delle carriere fosse sbagliata, ma perché non si fidano di chi la proponeva, o perché temevano un concentramento di potere.

C’è una parola che si sente poco nella politica italiana di oggi: “noi”. Non inteso come “noi contro loro”, ma come “noi italiani, insieme, con problemi comuni da risolvere insieme”.
Le democrazie che funzionano meglio non sono quelle senza conflitto: il conflitto è sano, necessario, vitale. Sono quelle in cui il conflitto ha una cornice condivisa: un’idea di fondo che al di là delle differenze, c’è un interesse comune che vale la pena difendere.
In Italia questa cornice si è sgretolata. E ricostruirla richiede uno sforzo che non può venire solo dai partiti, ma deve venire da tutti noi: dal modo in cui consumiamo le notizie, dal modo in cui parliamo di politica con amici e familiari, dal modo in cui decidiamo di votare.
Il voto di ieri è stato, tra le altre cose, un segnale di partecipazione alta. Gli italiani ci tengono. Sanno che qualcosa è in gioco. Il problema è che questa energia viene troppo spesso convogliata nel “contro”, anziché nel “per”. Spetta a ciascuno di noi provare a invertire questa direzione.