Alle prossime elezioni comunali di Venezia, due cittadini di origine bangladese si candidano nelle liste del Partito Democratico. Per alcuni esponenti di Lega e Fratelli d’Italia, questo è già abbastanza per gridare all’emergenza: volantini scritti in bangla, la prospettiva di una futura moschea, il fantasma della “sostituzione etnica” sembrano motivi sufficienti per creare allarmismo e generare odio.
Vale la pena, però, guardare oltre i confini del Veneto per capire quanto queste paure reggano il confronto con la realtà.
Sadiq Khan è sindaco di Londra dal 2016. Laburista, è stato il primo musulmano a essere eletto sindaco di una capitale europea. Nel 2021 è stato rieletto con il 55,2% dei voti. Nel 2024 è stato eletto per un terzo mandato, diventando il primo sindaco di Londra a raggiungere questo traguardo. Londra, città di otto milioni di persone, porta finanziaria mondiale, culla del diritto comune e capitale di un impero che ha attraversato mezzo pianeta, ha scelto un musulmano di origini pakistane per tre volte di fila. Non è diventata la nuova Dacca, come qualcuno ha paventato. È rimasta Londra.
Nel novembre 2025, New York ha eletto il suo nuovo sindaco: Zohran Mamdani, 34 anni, di origini indiane e ugandesi, che si definisce socialista e democratico. È il primo sindaco musulmano della città. Ha vinto con oltre il 50% dei voti, con un’affluenza record: la più alta dagli anni Sessanta. La stessa New York ferita dagli attentati dell’11 settembre, come non ha mancato di sottolineare Matteo Salvini, quasi a suggerire che i newyorkesi non sapessero quello che stavano facendo.
E in casa nostra?
C’è un dettaglio che i critici veneziani sembrano aver dimenticato, o preferire non ricordare. Nel 2020, a Malo, piccola cittadina della provincia di Vicenza, la Lega ha fatto eleggere Moreno Marsetti, primo sindaco musulmano d’Italia, con il 44,4% dei voti. Sua madre è originaria del Marocco, suo padre è veneto. Marsetti stesso ha dichiarato: “Essere un sindaco musulmano della Lega non è una contraddizione, ma la dimostrazione che l’amore per la propria terra e per la propria gente viene prima di tutto.”
Commentando le polemiche seguite all’elezione di Mamdani a New York, Marsetti ha detto: “Nel 2025 non deve fare paura la religione di un sindaco, di un politico, di uno sportivo o di chiunque ricopra un ruolo pubblico. L’estremismo, da una parte o dall’altra, resta il vero nemico dei valori democratici.” Parole di un leghista. Vale la pena rileggerle.
La narrazione della sostituzione etnica non può essere una preoccupazione legittima. È un’ideologia con una genealogia precisa, che affonda le radici nei movimenti nazisti degli anni Trenta e che oggi alimenta i movimenti suprematisti bianchi e neofascisti in tutto l’Occidente. Usarla come argomento politico ordinario significa normalizzare un linguaggio che ha storicamente preceduto violenza e soprusi.
C’è un’ultima contraddizione che non si può più far finta di non vedere. Chi si proclama patriota e difensore delle radici cristiane, nei fatti prende a modello Donald Trump e ne importa linguaggi, ossessioni e strategie: un nazionalismo comandato dall’estero, confezionato e rivenduto. Più che sovranismo, è una forma di sudditanza culturale. E mentre si agitano i “valori cristiani” contro l’Islam, basterebbe guardarli da vicino: leader cattolici che collezionano divorzi, famiglie parallele, figli fuori dal matrimonio, che predicano ordine ma praticano aggressività, che invocano il Vangelo ma dimenticano di “porgere l’altra guancia” e di “amare il prossimo come se stessi”. A quel punto la domanda è inevitabile: di quali radici stanno davvero parlando?
Nel frattempo, gli italiani, di nascita e di adozione, fanno i conti con affitti inaccessibili, salari fermi da vent’anni, servizi pubblici in affanno. Il nemico immaginario distrae dal problema reale. Ed è esattamente la funzione che deve svolgere.
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