Il dibattito sull’immigrazione in Italia è ormai prigioniero degli slogan. Viene alimentata l’idea di un’invasione, e si promettono espulsioni di massa o addirittura la “remigrazione”, come se fosse una soluzione praticabile. La realtà, intanto, procede per conto suo, e va in una direzione completamente diversa da quella raccontata nei talk show.

L’Italia è uno dei Paesi più anziani al mondo. Nascono sempre meno bambini, la popolazione in età lavorativa diminuisce e le imprese faticano a trovare personale in moltissimi settori: dall’industria all’edilizia, dall’agricoltura alla logistica, fino al turismo e all’assistenza alle persone. È un dato demografico, prima ancora che un’opinione.

Secondo le previsioni del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere, entro i prossimi anni le imprese italiane avranno bisogno di circa 640.000 lavoratori immigrati, pari a oltre un quinto del fabbisogno occupazionale del settore privato. Gli imprenditori non cercano manodopera straniera per preferenza: la cercano perché i lavoratori italiani non basteranno a coprire la domanda.

Anche il Ministero del Lavoro ieri ha confermato questa tendenza. Nel 2025 gli occupati stranieri sono arrivati a circa 2,6 milioni, oltre il 10% del totale degli occupati, contribuendo in maniera decisiva alla crescita dell’occupazione complessiva.

Eppure le normative (come la Bossi-Fini o il decreto Cutro) sull’immigrazione sembrano pensate più per fare propaganda che per governare un fenomeno strutturale.

Il sistema dei decreti flussi rappresenta perfettamente questa contraddizione: lo Stato riconosce che le imprese hanno bisogno di lavoratori stranieri, ma costruisce procedure lente, burocratiche e spesso scollegate dalle reali esigenze del mercato del lavoro. Il risultato è che molte aziende non riescono ad assumere quando ne hanno bisogno, e molte persone che potrebbero entrare regolarmente restano intrappolate in percorsi lunghi e incerti.

Nel frattempo, una parte della politica continua a proporre ricette come la “remigrazione”. Come dovrebbe funzionare concretamente? Quante persone riguarderebbe? Chi svolgerebbe i lavori che oggi dipendono in larga parte dalla manodopera straniera? Quanto costerebbe sostituire centinaia di migliaia di lavoratori? A queste domande non arrivano mai risposte, solo slogan.

Ed è qui che si consuma il più grande inganno del dibattito pubblico, perché mentre i pifferai magici cercano di incantarci con la questione immigrati, il disagio che vivono milioni di italiani è reale, e andrebbe preso sul serio.

Fare la spesa costa di più. Pagare l’affitto costa di più. Le bollette sono aumentate. Crescere un figlio è sempre più difficile. Ma attribuire questo disagio all’immigrazione è una scorciatoia comoda: individua un capro espiatorio visibile invece di affrontare cause più complesse, e meno raccontabili in trenta secondi.

Il vero problema italiano è la stagnazione dei salari e della produttività. Da decenni gli stipendi reali crescono molto meno rispetto a quelli di gran parte degli altri Paesi europei, mentre il costo della vita continua ad aumentare. Se oggi molte famiglie faticano ad arrivare a fine mese, la ragione va cercata nell’impoverimento progressivo del lavoro, nell’indebolimento della contrattazione salariale e negli investimenti insufficienti, non nella presenza degli immigrati.

Senza il contributo dei lavoratori stranieri, molte imprese ridurrebbero la produzione, diversi servizi essenziali entrerebbero in crisi e il sistema previdenziale avrebbe ulteriori difficoltà a sostenere una popolazione sempre più anziana. Gli immigrati sono una delle risposte, certo non l’unica, a un declino demografico ed economico che esiste già, indipendentemente da loro.

Questo non significa sostenere che l’immigrazione debba essere priva di regole. Al contrario: proprio perché è un fenomeno strutturale, servono canali di ingresso trasparenti, procedure rapide, controlli efficaci, politiche di integrazione, formazione linguistica e lavorativa, e un serio contrasto allo sfruttamento e al caporalato. Governare l’immigrazione significa renderla ordinata, non illudersi di poterla cancellare.

La politica dovrebbe avere il coraggio di spiegare la realtà, anche quando è meno conveniente degli slogan. Indicare un nemico è sempre più semplice che risolvere un problema.

Nella storia del Pifferaio Magico, quando questi viene tradito e non riceve il compenso promesso, incanta col suono del suo flauto 130 bambini che spariscono nel nulla. Anche nel dibattito pubblico di oggi c’è una melodia capace di incantare. È quella che convince le persone che tutti i loro problemi abbiano un’unica causa: gli immigrati. È una narrazione seducente, perché offre un bersaglio semplice per spiegare un disagio complesso. Ma mentre si segue quella musica, i problemi veri – salari bassi, costo della vita, crisi demografica, produttività stagnante e precarietà – restano esattamente dove sono, in attesa che qualcuno abbia il coraggio di affrontarli.