Due anni di amministrazione di destra hanno portato una strategia chiara: più controlli, più telecamere, più strumenti repressivi. Taser per la polizia locale, nuove assunzioni di vigili urbani sottraendo risorse ad altri settori essenziali, implementazione del daspo urbano e persino la rimozione delle panchine in piazzetta Pilla per evitare che i giovani si ritrovassero (dopo aver chiuso il centro Altrokè e sostituito con un dislocamento della polizia locale).

Eppure, nonostante questo dispiegamento di mezzi e l’approccio muscolare alla sicurezza, la percezione di insicurezza tra i cittadini non è diminuita. Anzi, gli episodi di cronaca degli ultimi giorni parlano chiaro: le risse in via Ancillotto, i presunti disordini in corso Trentin, l’esplosione in un esercizio commerciale di ieri. La realtà ci dimostra che l’approccio puramente repressivo non sta funzionando.
Il fallimento della strategia securitaria
La politica della destra si basa su un presupposto sbagliato: che la sicurezza si ottenga moltiplicando controlli e sanzioni. Ma due anni di questa gestione ci hanno mostrato che non è così. Le telecamere registrano gli episodi, non li prevengono. I taser intimidiscono, ma non affrontano le cause del disagio. Togliere le panchine significa nascondere il problema sotto il tappeto, non risolverlo.
Peggio ancora, questo approccio rischia di esasperare le tensioni sociali invece di ridurle. Quando si risponde al disagio giovanile togliendo i luoghi di ritrovo, quando si affronta la marginalità con il pugno di ferro, si crea un circolo vizioso che alimenta proprio quella conflittualità che si vorrebbe combattere.
La vera sicurezza nasce dal sociale
La sicurezza reale, quella che i cittadini percepiscono davvero, non si costruisce con le armi o i controlli. Si costruisce affrontando le radici dei problemi: il disagio sociale, l’esclusione, la mancanza di opportunità, l’abbandono educativo.
Investire in servizi sociali significa dare risposte concrete a chi vive situazioni di difficoltà prima che queste sfocino in comportamenti problematici. Potenziare la scuola e i servizi educativi significa offrire alternative concrete ai giovani, spazi di crescita e socializzazione positiva invece di lasciarli in strada. Sviluppare politiche di integrazione significa costruire una comunità coesa dove tutti si sentono parte del tessuto sociale. E infine, investire nella rigenerazione urbana e nella rivitalizzazione del centro significa evitare la formazione di ghetti e zone abbandonate: quando gli spazi della città sono vissuti da tutti, quando le strade e le piazze sono animate da una presenza diffusa e diversificata, nessun luogo può davvero essere insicuro. La sicurezza nasce dalla vita condivisa negli spazi urbani, non dal loro controllo.
Un’alternativa concreta
Durante la scorsa consigliatura non ho votato per l’adozione del Daspo urbano proprio perché ritenevo sbagliato questo approccio. Non perché fossi contrario alla sicurezza, ma perché credo in una sicurezza diversa, più efficace e più umana.
La vera sicurezza si chiama coesione sociale. Si costruisce con politiche che:
- Investono sui servizi alla persona e sul welfare di prossimità
- Potenziano l’offerta educativa e i centri di aggregazione giovanile
- Promuovono l’integrazione e la partecipazione attiva di tutti i cittadini
- Puntano sulla rigenerazione urbana e la rivitalizzazione del centro storico, evitando la formazione di ghetti e zone abbandonate
- Affrontano le situazioni di disagio con strumenti di sostegno, non di repressione
Un semplice esempio era la rassegna “Concrete Cinema Club” che quest’anno non è nel programma di Estiamo a San Donà, ma che portava il cinema all’aperto sul muro del Teatro Astra, riempiendo di vita e cultura uno spazio altrimenti lasciato vuoto.
La strada da percorrere
I fatti ci stanno dando ragione: la strada imboccata dall’attuale amministrazione non porta risultati. È tempo di cambiare approccio, di investire nella prevenzione invece che nella repressione, nelle persone invece che nelle telecamere.
La sicurezza sociale non è un’utopia, è una necessità. E soprattutto, è l’unica strategia che può davvero funzionare nel lungo periodo, costruendo una comunità più sicura perché più giusta e più coesa.
Come consigliere comunale continuerò a battermi per questa visione alternativa, perché credo che i nostri cittadini meritino una sicurezza vera, non l’illusione di sicurezza che viene dai controlli e dalle sanzioni.
Lascia un commento