Come la destra scopre l’acqua calda e ammette quello che diciamo da sempre: l’Italia ha disperatamente bisogno di lavoratori stranieri
Ieri il Consiglio dei ministri del governo Meloni ha approvato il nuovo decreto flussi, autorizzando quasi 500mila ingressi regolari di lavoratori stranieri per il triennio 2026-2028. Un numero che rappresenta un aumento del 10% rispetto al precedente piano. Improvvisamente, dopo anni di retorica sui “porti chiusi” e sulla “sostituzione etnica”, la destra scopre l’acqua calda: l’Italia ha bisogno di immigrazione.
La smentita di anni di propaganda
Per chi segue la politica italiana degli ultimi anni, questo decreto suona come una clamorosa ammissione di colpa. Sono gli stessi partiti che hanno costruito la loro fortuna elettorale sulla paura del diverso, sui “prima gli italiani” e sui respingimenti, che oggi si trovano costretti a pianificare l’arrivo di mezzo milione di lavoratori stranieri.
Come abbiamo sempre sostenuto, il problema dell’immigrazione in Italia non è mai stato quantitativo, ma qualitativo: non è che arrivino “troppi” migranti, è che non li facciamo arrivare legalmente. Il risultato? Un paese che ha disperatamente bisogno di manodopera ma che per anni ha alimentato polemiche e odio sociale sull’immigrazione irregolare piuttosto che creare canali legali di ingresso.
I numeri della realtà
I dati contenuti nel decreto sono impietosi per chi ha sempre negato l’evidenza. Secondo il Sistema Informativo Excelsior, entro il 2028 le imprese italiane avranno bisogno di circa 640mila lavoratori immigrati, oltre un quinto del fabbisogno complessivo. I settori più colpiti dalla carenza di manodopera sono proprio quelli che reggono l’economia del paese: agricoltura, turismo, assistenza sanitaria e sociale, edilizia.
Ma il dato più emblematico riguarda l’efficacia del sistema attuale: tra il 2023 e il 2024, solo uno su dieci tra gli ingressi autorizzati è riuscito ad ottenere sia un lavoro che un permesso di soggiorno regolare. Nel 2024 appena il 7,8% delle quote si è trasformato in permessi stabili. Un fallimento totale del sistema che dimostra come l’approccio repressivo non funzioni.
La verità sui settori “che gli italiani non vogliono più fare”
Il decreto ha il merito involontario di svelare un’altra verità che la destra ha sempre negato: esistono settori dell’economia dove la domanda di lavoro non trova riscontro nell’offerta italiana. Dall’assistenza agli anziani (dove servono 18mila ingressi l’anno secondo Assindatcolf) alla raccolta stagionale (88mila ingressi previsti per il 2026), passando per camerieri, cuochi, operai specializzati e tecnici delle telecomunicazioni.
Non si tratta di “lavori che gli italiani non vogliono fare” per pigrizia o choosiness, ma di un fenomeno demografico strutturale: l’Italia invecchia, le nascite calano, e interi comparti economici dipendono ormai strutturalmente dall’apporto di lavoratori stranieri.
L’integrazione possibile
Ma c’è un aspetto ancora più interessante in questo decreto: l’apertura a “corsie preferenziali per gli addetti con alta qualificazione professionale” e l’attenzione alla formazione dei lavoratori “direttamente nei Paesi d’origine”. Improvvisamente, la stessa destra che dipingeva ogni migrante come un invasore scopre che l’immigrazione può essere gestita, programmata, qualificata.
È esattamente il modello di immigrazione programmata che la sinistra propone da decenni: canali legali di ingresso, formazione professionale, integrazione vera. Non l’emergenza perenne che alimenta paure e business illegali, ma una gestione razionale dei flussi migratori.
La lezione politica
Questo decreto rappresenta una lezione politica fondamentale: la realtà economica e sociale prima o poi presenta il conto anche alla propaganda più efficace. Puoi costruire consenso elettorale sulla paura del diverso, ma non puoi far funzionare un paese moderno senza immigrazione.
Il governo Meloni si trova oggi a dover ammettere, nei fatti se non nelle parole, che l’immigrazione non è un’emergenza da respingere ma una risorsa da governare. Che i porti chiusi erano solo uno slogan elettorale, mentre l’economia italiana ha bisogno di canali di ingresso regolari e funzionanti.
Oltre la propaganda
Ora che anche la destra ha dovuto fare i conti con la realtà, forse è possibile aprire un dibattito serio sull’immigrazione. Un dibattito che parta dai bisogni reali del paese, non dalle paure elettorali. Che guardi ai dati dell’economia, non ai sondaggi. Che progetti l’integrazione invece di alimentare il conflitto.
Il decreto flussi del governo Meloni, nella sua involontaria sincerità, dimostra che avevamo ragione noi: l’Italia ha bisogno di immigrazione regolare, programmata, dignitosa. Non di muri e respingimenti, ma di ponti e opportunità. Non di emergenza perenne, ma di gestione ordinaria di un fenomeno strutturale.
Dopo anni di propaganda, finalmente un po’ di realismo. Speriamo che duri.
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