Martine Diop Bullo è la Maria del Carnevale 2026. Ovviamente il colore della sua pelle è stato oggetto delle più feroci critiche, perché quel verso di Bob Marley del 1976 (Until the color of a man’s skin is of no more significance than the color of his eyes) a sua volta tratto da un discorso di Haile Selassie I all’ONU nel 1963, è più attuale che mai.

Ma si tratta di un paradosso storico quasi ironico: criticare la scelta di Martine in nome di una presunta “purezza veneziana” significa, di fatto, ignorare e tradire proprio ciò che ha reso Venezia la potenza mondiale che conosciamo.

Venezia non è mai stata un’isola chiusa, ma un ponte.

Se c’è una città che ha inventato il concetto di multiculturalismo ben prima che diventasse un termine moderno, è proprio lei. Tradizionalmente si fissa come data di fondazione il 25 marzo 421: una città nata come rifugio di genti diverse in fuga dalle invasioni barbariche, con lo sguardo rivolto fin da subito verso l’Oriente. La multiculturalità di Venezia non è quindi un “fenomeno” arrivato a un certo punto della sua storia, ma il suo codice genetico fondativo.

Nell’800, dopo che le spoglie di San Marco arrivarono in laguna, Venezia era l’unico posto in Europa dove mercanti arabi e bizantini circolavano liberamente, fianco a fianco con i latini. Una convivenza che non era tolleranza per grazia ricevuta, ma necessità strutturale: Venezia capì prima di chiunque altro che per essere ricca doveva ospitare gli stranieri, non allontanarli o semplicemente sopportarli.

I Fonteghi: quando l’accoglienza diventa sistema.

Il momento di massima istituzionalizzazione di questa visione fu la creazione dei Fondachi, o Fonteghi. Il Fondaco dei Tedeschi, per i mercanti del Nord Europa; il Fondaco dei Turchi, per quelli ottomani. Dopo la caduta di Costantinopoli del 1453, una grande comunità greca trovò rifugio a Venezia, portando con sé saperi, manoscritti e una tradizione intellettuale che alimentò direttamente l’Umanesimo veneziano. Non è un caso che Aldo Manuzio abbia potuto stampare i classici greci proprio a Venezia: aveva a disposizione i migliori filologi del mondo greco, profughi diventati cittadini.

Perfino il Ghetto ebraico (1516), che nonostante fosse un luogo di segregazione, rese paradossalmente Venezia il centro della cultura ebraica europea. Tedeschi, italiani, spagnoli e levantini vi convissero, creando un crogiolo di lingue, saperi medici, filosofia e commercio unico al mondo, da cui la Serenissima trasse enormi benefici economici e intellettuali.

Quei volti scuri nelle opere dei maestri veneziani.

Sono di questo periodo le opere che hanno fissato la presenza straniera nella memoria collettiva. Nel Miracolo della Croce a Rialto (1496) di Carpaccio, un gondoliere dalla pelle scura è lì, in primo piano, parte indistinguibile della città. Veronese e Tintoretto disseminano figure africane e orientali nelle loro grandi tele. Shakespeare costruisce il suo Otello su un moro che comanda gli eserciti della Serenissima: personaggio non inventato di sana pianta, ma tratto dalle novelle di Giambattista Giraldi Cinzio, che riflettevano la realtà concreta di soldati di ventura e mercanti stranieri che scalavano le gerarchie militari e sociali di Venezia.

E poi ci sono i luoghi ancora oggi leggibili nella toponomastica: Campo dei Mori a Cannaregio, dedicato ai mercanti giunti dal Levante; San Lazzaro degli Armeni, isola concessa al monaco Mechitar di Sebaste che la trasformò in un faro per la cultura armena, ancora oggi monastero attivo e custode di una delle biblioteche armene più importanti al mondo. Venezia non aveva bisogno di riscrivere la storia per sembrare cosmopolita: lo era nella pietra, nei campi, nei nomi delle calli.

Tutto questo ci dice una cosa sola: “veneziano” è sempre stato un titolo di appartenenza e residenza, non di sangue. La città non chiedeva da dove venissi, ma se fossi disposto a contribuire alla sua grandezza.

Un pragmatismo, non un ideale.

La multiculturalità veneziana non era basata sull’altruismo o su principi illuminati di fratellanza universale. Era puro pragmatismo. Gli stranieri portavano capitali, merci e rotte commerciali. La varietà di sguardi rendeva la città all’avanguardia nelle scienze e nelle arti. E una città capace di integrare invece di escludere era, semplicemente, una città più stabile e meno esposta ai conflitti interni. Venezia non era buona: era intelligente. E questa intelligenza la rese grande per oltre mille anni.

Il 1797 e la cristallizzazione della paura.

Dopo la caduta della Repubblica nel 1797 e la perdita del ruolo commerciale e politico, qualcosa si spezzò. L’identità veneziana si cristallizzò per paura di sparire, diventando col tempo quel “canone rigido” che oggi alcuni usano per escludere Martine. È una reazione comprensibile sul piano psicologico, ma storicamente infondata e, soprattutto, controproducente.

Mentre i leoni da tastiera invocano la venezianità, la città reale muore. Con meno di 50.000 abitanti nel centro storico – erano 175.000 nel secondo dopoguerra – Venezia soffre di una monocultura turistica che espelle i residenti, svuota i palazzi di vita vera e trasforma la città più cosmopolita d’Europa in un presepe per croceristi.

Martine, la Maria più veneziana di tutte.

Venezia non è un’etnia. È uno stato mentale e una storia di incroci. Martine Diop Bullo, veneziana di nascita e di spirito, è forse la Maria più autentica che questa città potesse scegliere, perché riporta Venezia alla sua vera natura: cosmopolita, aperta, capace di fare dei propri incroci una forza e non una minaccia.