L’individualismo sfrenato, un sottoprodotto del capitalismo, ha eroso il tessuto sociale, indebolito i legami comunitari e alimentato disuguaglianze sempre più profonde. Ognuno pensa per sé, dimenticando la comunità nella quale vive – che sia la famiglia, la nazione o il mondo intero. E questo significa minor attenzione al bene comune e alle questioni collettive come l’ambiente o la salute pubblica.

“Crescere per crescere è una trappola”, cantano gli Eugenio in Via di Gioia, e hanno ragione. Come possiamo pensare a una crescita infinita in un mondo dalle risorse finite? Il modello capitalista è intrinsecamente fallimentare. Speravo che la pandemia ci avrebbe aperto gli occhi, che sarebbe stata un momento di riflessione collettiva. Invece cosa è successo? I ricchi sono diventati sempre più ricchi, i poveri più poveri. Il sistema è tornato più vorace di prima, al punto che i 3 più ricchi d’America, si siedono in prima fila accanto al neo eletto presidente. Una brutale rappresentazione dell’oligarchia plutocratica nella quale stiamo affondando.

Siamo come la rana bollita di Chomsky: ci stiamo abituando lentamente al peggioramento, senza reagire. 

È ancora possibile uscirne?

Io credo che non sia troppo tardi per svegliarci. Possiamo ancora scegliere di vivere diversamente, partendo dal nostro piccolo: consumare in modo più consapevole, supportare l’economia locale, creare reti di solidarietà, partecipare attivamente nella nostra comunità.

Non dobbiamo lasciarci cullare dall’individualismo tossico che ci vuole soli e indifferenti: alziamo la schiena, apriamo gli occhi, allarghiamo i nostri orizzonti e magari ne veniamo fuori.