Il 13 maggio 1974, gli italiani furono chiamati a decidere se abrogare o mantenere la legge sul divorzio. Votarono in massa: l’affluenza fu dell’87%. E scelsero di non tornare indietro. La legge rimase in vigore, e l’Italia fece un passo avanti verso una società più moderna, più libera, più giusta.
Sette anni dopo, nel 1981, accadde lo stesso con la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Anche lì, il popolo disse con chiarezza che i diritti conquistati non si cancellano. Che la dignità, l’autonomia, la libertà delle persone – in particolare delle donne – sono valori non negoziabili.

Oggi, 51 anni dopo quel grande momento di democrazia diretta, siamo di nuovo davanti a un bivio. L’8 e il 9 giugno votiamo su 5 referendum popolari. Non per conservare dei diritti, ma per ri-conquistarli. Non per dire no a qualcosa, ma per dire sì a un’idea diversa di società.
Cosa c’è in gioco?
Quattro quesiti parlano di lavoro.
Parlano di te, di tuo figlio o di tua figlia, del tuo vicino. Parlano di milioni di persone che ogni giorno faticano a tenersi un posto, a trovare un contratto degno di questo nome, a non farsi male sul lavoro.
Con questi referendum possiamo:
- Difenderci dai licenziamenti illegittimi, rendendo più difficile licenziare un lavoratore senza giusta causa.
- Aumentare le indennità per chi viene licenziato ingiustamente.
- Limitare l’abuso dei contratti precari, che oggi sono diventati la regola e non l’eccezione.
- Pretendere più sicurezza nei subappalti, dove troppo spesso si risparmia sulla pelle dei lavoratori.
Il quinto quesito parla di cittadinanza.
Oggi chi nasce altrove ma vive in Italia, lavora, studia, parla italiano, paga le tasse e rispetta le leggi, deve attendere anche 13 anni per chiedere la cittadinanza.
Un tempo infinito, che spesso significa vivere a metà.
Con questo referendum chiediamo che siano sufficienti 5 anni di residenza regolare per presentare la domanda, come era prima e come è tutt’ora in tanti Paesi europei. È una proposta di buonsenso, che rende l’Italia un Paese più giusto, e più pronto alle sfide della demografia.
Non è un voto contro. È un voto per.
Per più diritti. Per più tutele. Per una società che non lascia indietro nessuno.
È un voto che guarda avanti, come quello del 1974 e del 1981. E come allora, dipende da noi.
📌 L’8 e il 9 giugno vai a votare.
📩 Prendi tutte e cinque le schede.
✍️ Vota SÌ per il lavoro, per la dignità, per l’uguaglianza.
I referendum sono uno strumento potente. Usiamolo.
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